Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

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conat (autore)
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Il titolo si riferisce alla storia, penso comune a molti di noi, che vede un anonimo scafo comprato, soprattutto se usato, diventare, a suon di modifiche e personalizzazioni, a tutti gli effetti il nostro, e di nessun altro, di cui conosciamo ogni segreto, pregio e difetto.
Questo è una sorta di diario di bordo, scritto a distanza di tempo, che raccoglie i vari interventi fatti (per lo più da me, ma anche con qualche aiuto qua e là) sulla barca di famiglia, acquistata ormai 9 anni fa.
Frequentando un po’ questo forum, dove ho visto tanta passione e disponibilità, e dove sto ricevendo preziosi consigli, mi è sembrato doveroso dare il mio contributo, per quel che può valere, raccontando ciò che ho imparato negli anni. Non certo per insegnare qualcosa a qualcuno, quanto piuttosto proprio per evitare che qualcuno, volendo cimentarsi in simili imprese, ripeta i miei (tanti e grossolani) errori. Del resto, per lo più da autodidatta, la mia principale insegnante è stata l’esperienza che, come scriveva O. Wilde, “prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione”.
Non so ancora se procederò per stagioni o per singoli progetti ma, in ogni caso, cominciamo dal principio dando un briciolo di contesto.
Levante Ligure
Gozzo Italmare 640
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conat (autore)
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Capitolo 0 – L’acquisto
Da sempre per mare su un piccolo gozzetto ligure (5.85 m, che aveva allestito mio nonno comprando la stampata e il motore, ma questa è un’altra storia), dopo il liceo inizia a montare la voglia, fra me e mio zio (il comproprietario, insieme a mio nonno) di avere una barca un po’ più veloce.
Era il periodo post crisi del 2012, non so se ricordate, ma la nautica non se la passava proprio bene: si comprava bene ma si vendeva male, anche molto male. Magari era una mia impressione, ma le facce degli espositori al Salone Nautico la dicevano lunga. Ricordo ancora un annuncio di un gozzo di 6 m a Napoli, appena refittato, con un Lombardini 1904 40 cv nuovo di pacca a 6mila euro. Tutto, barca + motore. Solo il listino del motore era quasi il doppio…
Consideriamo se per guadagnare quei nodi in più convenga fare i flap al nostro gozzo, lavoro comunque non economico, ma poi si pone il problema che ci vorrebbe un motore più potente: con un bicilindrico Arona del 1984 da 20cv non è che vai in planata, era pur sempre il motore di una fresa… Quindi proviamo a metterlo in vendita “tanto per vedere come va”, e intanto diamo un occhio su subito. Vogliamo rimanere su un gozzo, ma lo vorremmo planante, entro patente (mio nonno di mettersi a fare la patente non ne aveva certo voglia, e dato che è lui a pagare…) di non più di 6,5 m per rispettare il limite del posto barca.
Il modello di riferimento è sì il gozzo ma non più quello ligure, bensì quello sorrentino, di cui ci piacevano le curve belle stondate e il maggiore spazio che quest’ultime ti facevano guadagnare in coperta. E poi c’era molta più scelta di modelli, i prezzi erano generalmente migliori, e soprattutto era più facile trovarli semi e/o plananti. I gozzi liguri sono belli ma i modelli ormai si contano sulle dita di una mano (detto da un ligure).
Mentre ci contattano per comprare la nostra barca, troviamo questo Italmare a Genova, dove io studiavo. Vado a vederlo da solo (ancora ricordo la faccia del proprietario quando si accorge che il potenziale acquirente è uno che ha appena iniziato l’università) e mi assicuro che il prezzo comprenda la totale operatività e sicurezza del mezzo (impianto elettrico, tagliando motore e antivegetativa), anche perché avremmo dovuto portarlo a casa via mare. Era fermo da anni e veramente in pessime condizioni: apro il cofano motore e la sentina era allagata fino alla coppa dell’olio. I legni praticamente andati. Come direbbe chef Borghese “non un buon inizio”. Ma la carena mi piace, ha le linee che cerchiamo, le dimensioni sono il massimo consentito dai limiti che abbiamo, intuisco che potenzialmente è un bel passo avanti rispetto alla barca che avevamo. Certo è che la mia competenza in quanto a perizie navali finisse lì. L’unica barca di cui avevo una reale esperienza era il gozzetto del nonno che, nella sua semplicità, era stato allestito con una maniacalità tale che non aveva neanche bisogno di una pompa di sentina, dato che non entrava una goccia d’acqua. Il mio ragionamento era: se quello è il risultato di mio nonno, un cantiere farà sicuramente meglio. Spoiler: NO.
E qui arriva la prima, importantissima, lezione: non fermatevi alla prima! Magari è quella giusta, ma comunque guardate altro e fate qualche raffronto. Fate esperienza se non ne avete, chiedete aiuto. In questo sicuramente il Forum è un ottimo aiuto. Comunque, a mia parziale discolpa: 1) non è che in zona ci fossero tante alternative, e 2) comunque prima di acquistare feci venire mio nonno a contro-ispezionare. Ma anche la sua esperienza era quello che era, così passammo sopra a tanti difetti che sì, avevamo notato, ma in fondo ci sembravano peccati veniali. Tipo una cosuccia da niente come il fatto che il ponte di coperta scricchiolava come un pacchetto di patatine, o la qualità degli ombrinali. Lezione numero due: guardate sempre gli ombrinali! Rispetto a tante cose ben più costose, alla fine gli ombrinali sono tecnicamente un tubo di collegamento, quindi economici, ma la loro messa in opera, soprattutto quando gli spazi sono ristretti, richiede una certa perizia e attenzione al dettaglio, insomma, un requisito che costa tempo ma non fa scena. Dopo i grattacapi che mi hanno dato, adesso gli ombrinali sono la prima cosa che guardo in un nuovo modello quando vado ad un Salone. Del resto, sono letteralmente un buco nello scafo a livello del galleggiamento, cosa può andare storto se non sono fatti bene? Con la sicurezza non si scherza quando si è in mare.
So che queste sembrano raccomandazioni stupide per gli utenti navigati, ma penso valga sempre la pena ripeterle. E comunque, io ero sì un ragazzino, ma andavo per mare da quando avevo 5 anni, e da parecchio in totale autonomia, quindi non ero completamente un novellino.
In tutto questo in famiglia si erano affidati completamente a me per tutte le trattative, quindi, io che non avevo mai visto insieme più dei 100 euro del regalo dei nonni, dovevo gestire contemporaneamente la vendita della nostra barca e l’acquisto della nuova che, pur non trattandosi di trattative milionarie, per me erano cifre astronomiche. Uno stress incredibile.
Presi tutti gli accordi, sull’acquisto suonavano sempre più campanelli di allarme: il proprietario mi chiama e mi dice che il prezzo (la barca doveva essere consegnata in ordine) non comprende la manutenzione dei legni. Vabbè poco male, l’importante è che sia sicura e con i tagliandi fatti. Mi richiama e mi dice che il cantiere gli ha chiesto 800 euro per tutto e, quindi, mi chiede di dividere la cifra. Non erano gli accordi, ma mio nonno, che ha una soglia di tolleranza pari a 0, decide di pagare e chiudere.
Prima, però, vogliamo almeno provarla in acqua. Sull’annuncio era scritto che faceva 15 nodi, che a noi sembrava la velocità di curvatura di Star Treck per un gozzo, ed effettivamente alla prova 15 li fece, ma km/h. Non so se fosse malafede, forse semplicemente ignoranza, ma per noi, dal basso dei nostri 5 nodi di picco con il gozzetto, era pur sempre il doppio. Quindi decidiamo che sarà la nostra futura barca, con quel processo che si innesca quando provi al concessionario la macchina che ormai stai per comprare, dove se non è lei a convincere te…sei tu a convincere te stesso.
Assegno circolare e via: io e mio zio partiamo dal porto di Genova. Direzione: fiume Magra, estremo levante ligure. Distanza: 60 miglia nautiche, dritti per dritti. Fino ad allora il massimo che avevo fatto erano le 6 miglia che separano Punta Bianca all’Isola del Tino (Golfo della Spezia), ma al massimo una volta a stagione perché il gozzetto era talmente lento che ci sembrava troppo distante.
Avevamo il pieno di gasolio e, dato che non siamo mica degli incoscienti, ci eravamo portati dietro il motore del tender che avevo all’epoca come ausiliario, alla bisogna. Inutile dire che non avevamo pensato a come poterlo attaccare a una poppa tonda, quindi sarebbe stato ben più utile portarsi dietro un paio di remi. Quantomeno avevamo scelto condizioni meteo ottimali.
Ma la fortuna aiuta gli audaci, e arrivammo in banchina con mio nonno che ci aspettava.
Felici, entusiasti e carichi a molla per la nuova avventura.

barca origine prua
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

barca origine poppa
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640


P.S. Sì, so che non c'è ancora nulla di "Fai da Te" e mi sono dilungato in chiacchiere più romantiche che nautiche, ma inizierò subito nel merito dal prossimo post, diciamo che tutto quel che ho raccontato fino adesso serve anche a me ricontestualizzare i vari lavori (tutti rigorosamente Fai-da-Me) che sono stati affrontati in questa barca.
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Gozzo Italmare 640
Tenente di Vascello
DoubleSix
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Ma che bel racconto, attendo di leggere il prossimo capitolo Embarassed
Marino Gabry 550 -Mercury Optimax 90
Angelo Molinari 465v - Suzuki DT25
Boston Whaler 13 - Mercury 50
Quello che non c’è non si rompe
Ammiraglio di squadra
bluprofondo60
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Bravo Conat, questi sono i topic che mi piacciono e certamente non solo a me. La rinascita di un gommone o di una barca è relativa cronaca, rispecchiano il vero spirito del forum.
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conat (autore)
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Capitolo 1 – L’ispezione
Buona la prima (stagione), nel senso che ci togliamo qualche soddisfazione: la maggior velocità ci consente di andare più volte più distante, le maggiori dimensioni aumentano notevolmente lo spazio utile a bordo e ci consentono di affrontare con più serenità condizioni di vento e di onda che prima ci avrebbero fatti volgere la prua verso casa, ma senza mai prendersi rischi. Inoltre, scopriamo la comodità della cuscineria e del tendalino, accessori che noi liguri duri e puri avevamo sempre ritenuto “da milanesi” (non me ne vogliate, qui si dice così, ma in maniera del tutto goliardica). Se qualcuno mi chiedesse quali sono i migliori upgrade da fare ad una barca senza alcun optional, senza dubbio indicherei questi due: impagabili per godersi una giornata intera a bordo.
Ma i problemi non sono spariti, anzi, più viviamo la barca più vengono fuori le magagne.
La filosofia della costruzione sembrava essere una: APPROSSIMAZIONE. Fare colpo con belle forme e buon prezzo ma sorvolare allegramente su tutto quello che non si vede: non solo i dettagli (che potrebbero anche passare) ma anche la struttura! Non voglio parlare male gratuitamente del cantiere in questione, che oltretutto l’estate scorsa si è dimostrato anche molto disponibile nel recuperare i documenti dell’ente certificatore per ristampare la targa di omologazione che si era completamente cotta, ma da ora in avanti vedrete a più riprese cosa intendo con “approssimazione”.
A fine stagione, riportiamo la barca a casa, come facciamo sempre. Ho la fortuna di abitare relativamente vicino al mare e di avere spazio sotto il garage, quindi la barca dorme all’asciutto e possiamo lavorarci tutto l’anno.
Identifichiamo due problemi maggiori su cui intervenire con priorità assoluta:
-debolezza della struttura del ponte di coperta;
-Infiltrazioni in ogni dove.
Come avevo detto nel capitolo precedente, ci eravamo subito accorti che il ponte scricchiolava in alcuni punti, ma credevamo fosse “solo” una delaminazione localizzata. Come se la delaminazione fosse un problemino da niente… In realtà, nei punti centrali, più sollecitati, il ponte, quando ci si camminava sopra, scendeva a vista d’occhio, anche un centimetro. Dalle foto si può capire bene la fonte del problema:
Struttura (molto) approssimativa
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

Scollata totalmente
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

Da poppa neanche fissato il dado
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

Ordinata di prua totalmente scollegata dal ponte
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

Il pozzetto, oltre ad essere completamente delaminato e quindi non più “autoportante”, era totalmente scollegato dalle “strutture” che avrebbero dovuto sostenerlo. Sempre che due pezzi di legno (non sono un esperto, ma non mi paiono essenze propriamente nautiche, forse Douglass??) messi a croce e fermati con due viti a pressione e un po’ di sikaflex si possano chiamare “struttura”. Ora, non chiedo un intelaiatura completa di bagli e ordinate su un piccolo scafo in VTR, ma da quello al nulla totale penso ci sia un discreto ventaglio di sfumature.
Per quanto riguarda le infiltrazioni che dire…sembrava che il cantiere non si facesse problemi a mettere autofilettanti e fare fori in ogni dove, anche direttamente sul ponte o in altre superfici orizzontali, senza un minimo di protezione. Io sarò un po’ fissato, ma mio nonno mi ha sempre detto che ogni foro è potenzialmente un ingresso di acqua, e in una barca l’acqua è bene che stia fuori piuttosto che dentro. Quindi, prima di mettere una vite, autofilettante o passante che sia, do sempre una passata di silicone. Non sarà particolarmente elegante, ma non ho mai avuto problemi di questo genere. La cosa era talmente evidente che portava la pompa di sentina ad attivarsi ogni circa 10 minuti.
Sicuramente contribuiva anche il fatto che a Genova, chi doveva fare la carena e controllare la sicurezza del mezzo, si era “dimenticato” di controllare la baderna, che gocciolava come uno scolapasta (quando l’abbiamo cambiata, quel poco che ne era rimasta, era poltiglia).
Ma uno dei vettori principali erano sicuramente i già citati ombrinali, di cui farò parlerò nel prossimo capitolo mostrando le TRE(!) versioni, prima di trovare quello che, attualmente, sembra essere il cavallo vincente.
P.S. Quasi mi dimenticavo del primissimo intervento che ho fatto, appena arrivato a casa, che proprio non poteva aspettare un minuto di più: ho tolto quei due mega adesivi a poppa con scritto SUMMER ’52 e una palma tipo Las Vegas. Voglio dire, va bene tutto, ma è pur sempre un gozzo, mica una discoteca di Ibiza…
È pur sempre un gozzo...
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640
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qwertys
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sei certo sia stato il cantiere a mettere quei legni o una riparazione approssimativa del vecchio prop.?
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conat (autore)
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qwertys ha scritto:
sei certo sia stato il cantiere a mettere quei legni o una riparazione approssimativa del vecchio prop.?

Non ci posso mettere la mano sul fuoco. Per quel che ne so della storia della barca, prima del nostro acquisto non erano stati fatti interventi, ma naturalmente il precedente proprietario potrebbe avermi detto una balla. Mi pare solo strano che se fosse un'aggiunta post cedimento, quel rinforzo lo avrebbero messo a contatto con il ponte, e non 1 cm più in basso. A me sembra proprio si sia scollato con i movimenti della barca, specialmente quando viene sollevata e stretta fra le braghe, ma naturalmente posso sbagliarmi.
Questo secondo me non assolve il cantiere dal pessimo lavoro svolto sul ponte. A parte il fatto che se non avesse ceduto così malamente non sarebbe stata necessaria alcuna riparazione, per quanto maldestra, ma soprattutto il ponte era veramente fatto male. Ma non voglio fare spoiler dato che sarà un intervento oggetto dei prossimi capitoli, perché sì, alla fine ho quasi rifatto anche quello.
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conat (autore)
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- 9/19
Capitolo 2 – L’epopea degli ombrinali
Questa è una sorta di trilogia, dato che li abbiamo dovuti rifare (per ora) tre volte. Spero che l’ultima sia quella definitiva; per ora funzionano piuttosto bene. Qui si entra nel vivo dei lavori e finalmente, direte voi, si abbandona l’ordine cronologico degli eventi, procedendo invece per progetti, secondo l’approccio: problema > soluzione (se l’ho trovata).
Ci scontravamo con un problema nuovo: nella barca precedente la stampata interna e quella esterna aderivano per tutta la superficie delle murate, che erano quindi spesse il doppio e rigide, col risultato che per fare l’ombrinale bastava un trapano ed una fresa a tazza e il gioco era fatto. Semplice, pulito e soprattutto affidabile.
Con questa la situazione è diversa: le stampate, in corrispondenza delle murate, sono più o meno parallele e distanti meno di 10 cm. Troppo per un collegamento rigido e troppo poco per operare comodamente.
La soluzione del cantiere era un semplice passaparatia in plastica bianco, piazzato nel punto dove le stampate erano più parallele fra loro, con la testa esterna e il dado dalla parte interna, il tutto condito da una buona dose di sikaflex bianco (dato solo dall’esterno). Perdeva come un colabrodo.
Destro
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

Si intravede dietro il tubo spiralato. Il foglio di Mat che si vede sfibrato era una toppa inserita dal cantiere stesso per coprire un foro adiacente: hanno forato da fuori verso dentro e quando sono passati si erano accorti che erano 5 cm sopra il ponte. Prima che quell'ombrinale avesse iniziato a scaricare sarebbe affondata la barca...
Sinistro
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

Sul lato sinistro c'era un po' più di spazio.
La prima soluzione che ci viene in mente è di fissare tutta quella zona con un tacco di legno ben resinato, in modo da ricavare un “pieno” che ci riporti nella situazione della vecchia barca. Ma campiamo subito che l’idea non è vincente, a parte la difficoltà di resinare a dovere in un posto così infame della barca, una cosa nata per essere mobile non può essere bloccata, si finisce per portarla al punto di rottura. Una lezione che dovremmo ricordarci anche nei rapporti umani.
In particolare, la difficoltà sta nel fatto che, piccoli movimenti e vibrazioni a parte, questa barca ogni anno viene tirata su da due braghe (una delle quali passa proprio vicino agli ombrinali) almeno 4 volte (casa>camion, camion>mare e ritorno). In questa operazione la stampata esterna si stringe molto di più di quella interna. Con “molto di più” intendo qualche millimetro, ma su 10 cm di distanza non sono pochi, quindi un collegamento rigido è da escludersi, ci vuole un elemento elastico.
Decidiamo quindi di riproporre il concetto generale proposto dal cantiere (un tubo passaparatia) con qualche affinamento. Intanto restiamo in quel punto: mio nonno al solo pensare di fare altri buchi così grandi in carena viene una sincope. Ma vogliamo usare un tubo di sezione maggiore che possa scaricare più acqua, data la dimensione generosa del pozzetto. Inoltre, allargando i fori esistenti, cerco di spostarmi il più possibile verso il basso, dato che la foratura precedente è stata realizzata in una canaletta di scolo ma 2 cm buoni più in alto, col risultato che non scolava mai tutta l’acqua e a fine stagione era un putridume di alghe, granchi e gamberetti. Uno schifo da vedere, ma buona per fare l’esca viva.
Adesso viene il bello: come fissare il tubo senza renderlo rigido? Col silicone, e basta. Ebbene sì, questa è stata la soluzione che ha tenuto banco per qualche anno, tra l’altro molto bene. Certo, alla fine ha ceduto, altrimenti non avrei dovuto rifarli, ma nella sua semplicità ha funzionato. Detta così sembra che mi sia fidato bene ad uscire in mare con una soluzione così approssimativa che avrebbe potuto allagare la barca da un momento all’altro, in realtà questo pericolo non c’è mai stato.
Prima di spiegarmi, una piccola parentesi sul Sika: ne ho sentite di ogni, c’è chi lo adora e chi lo detesta, io personalmente, come per la maggior parte delle cose, rifuggo entrambi gli estremi. È sicuramente un ottimo prodotto, a mia modestissima opinione un po’ sopravvalutato, e molte volte del buon silicone, decisamente più economico, fa tutto il lavoro che serve. Penso che questo sia uno di questi casi.
Quindi, resiniamo due tacchi 10x10 di mogano spesso 2 cm all’interno di ogni stampata, e poi foriamo 3-4 mm più larghi del diametro esterno del tubo che deve fare da passaparatia. A questo punto infiliamo il tubo e riempiamo quell’anello di 3-4 mm di abbondante silicone bianco. Una volta asciutto raso le sporgenze del tubo e, dato che il tubo era ARANCIONE, do un velo di stucco a coprire quel pugno nell’occhio. Perfettamente inutile dato che non fa presa e al primo sollevamento salta via: quel velo di stucco per estetica non è arrivato manco al mare…
Progetto
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

Tubo a Filo murata
re: Storia di una barca che diventò la nostra – Gozzo Italmare 640

Qual era il concetto su cui si basava il progetto? Il tubo non si legava più alla paratia nei 4-5 mm del suo spessore, ma aveva adesso quei 4-5 mm di VTR + i 2 cm di mogano. Quindi era inserito in un foro per 25 mm, e lo stesso avveniva sulla murata esterna. Il silicone fungeva solo da “guarnizione liquida” e una volta seccato avrebbe lasciato fare piccoli movimenti di assestamento al tubo garantendo la tenuta. E se anche la tenuta stagna avesse iniziato a cedere non si sarebbe comunque potuto sfilare (quando ho dovuto farlo ho dovuto prenderli a martellate) lasciando aperto a filo galleggiamento un foro di 35 mm, situazione potenzialmente catastrofica.
Lato Dritto
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Lato Sinistro
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Se non ho fatto male i calcoli, questa soluzione è durata 5 anni. Nell’ultima di queste stagioni, uno dei due lati aveva iniziato a fare qualche goccia, e quindi abbiamo dovuto prendere una decisione.
Levante Ligure
Gozzo Italmare 640
Capitano di Vascello
qwertys
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- 10/19
mi piacciono questi post...io sono uno di quelli che ama il sikaflex vedi, e ritiene superiore al silicone che non ha un effetto colla....chiaro che ogni prodotto ha il suo perche',ma la durata nel tempo e la solidita' del sika o affini (sp 101 ecc) per me e' superiore,ma nel tuo caso,non "definitivo" avresti avuto serie difficolta'.

ma puo' essere tutta questa artigianalita' in senso cattivo del cantiere (addirittura fori errati?)?ok che ho visto veramente di tutto ma strano,sembrano sempe interventi pasticciati da terzi

ho letto un po' veloce,ma un ombrinale diciamo doppio collegati con un tubo fra loro non era fattibile vero?per lo spazio immagino....sono curioso di capire cosa hai fatto (e meno male che non ne capivi ecc.)
Sailornet